io
regina
meduse
 
arturo
gloria
 
Quante arie si dà Arturo. Ancora non si sa chi sia, e già inizia a vantarsi del suo nome: lo stesso di una stella (la luce più rapida e radiosa della figura di Boote), e di un sovrano dell’antichità, comandante di una schiera di fedeli eroi, ed eroe egli stesso. Una sorta di aura mitica avvolge il lettore delle sue memorie sin dall’incipit: il destino di Arturo è già scritto nel suo battesimo. Almeno, così lui vuol far credere. Il fatto è che il ragazzo sa scrivere: una scrittura, la sua, piana e discorsiva, nitida e morbida, illuminata da raggi di sole e riflessi dorati che si rincorrono luccicando tra un paragrafo e l’altro, parole di sabbia che si grana calda tra le dita e onde che si frangono a ogni girar di pagina. Un incanto, una favola. Facile illudersi, fare tutt’uno del narratore e degli elementi fiabeschi, celesti, avventurosi che il suo nome rappresenta, facile star dietro ad Arturo e credergli quando si autoproclama eroe solare